I fatturati reggono, la domanda interna no: quale 2024 per la meccanica strumentale italiana?

di Franco Canna

18 Dicembre 2023

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Servizio: Innovazione

Il 2023 che ci stiamo lasciando alle spalle passerà alla storia come l’anno dei record per molti settori della meccanica strumentale italiana. Il comparto delle macchine utensili, quello delle tecnologie per il confezionamento e l’imballaggio e quello della gomma e della plastica, che congiuntamente realizzano un fatturato di oltre 21,4 miliardi, toccano tutti il valore più alto della storia, mentre il comparto dei macchinari per la lavorazione della ceramica subisce una lieve flessione (-1,7%) avvicinandosi quindi nuovamente al valore record registrato nel 2022 e restando ben sopra i 2,3 miliardi di euro.

Il brindisi di fine anno, tuttavia, è caratterizzato anche da una meno gradevole nota di amaro. I risultati conseguiti nel 2023 sono infatti in larga parte generati dagli ordinativi raccolti nel corso del 2022 e dalla buona tenuta dell’export. Quasi sempre invece le vendite dei costruttori italiani sul mercato domestico risultano in calo – e se non lo sono nel fatturato lo sono (a doppia cifra) sugli ordinativi.

Quale 2024 attende dunque la meccanica strumentale italiana? Vediamolo analizzando i dati di preconsuntivo del 2023 di alcuni comparti significativi e le previsioni per il 2024.


Fatturati in crescita

Iniziamo naturalmente dal dato più generale relativo al fatturato dei singoli comparti.

Per le macchine per il confezionamento e l’imballaggio (packaging) il fatturato complessivo del si posiziona a 9,05 miliardi di euro, con un incremento del 6% rispetto al precedente record stabilito nel 2022. Per il 2024 il centro studi di Ucima non ha dato previsioni numeriche, ma il presidente Riccardo Cavanna ha parlato esplicitamente di un probabile “assestamento” del risultato 2023.

Le macchine utensili fanno registrare un valore della produzione pari a 7,56 miliardi di euro, in crescita del 3,8% rispetto al 2022. Per il 2024 si prevede un’ulteriore leggera crescita (+0,5% a quota 7.595 milioni) trainata di fatto, come vedremo nel prossimo paragrafo, dall’export.

Il comparto della gomma e della plastica chiuderà il 2023 con un fatturato record di 4,82 miliardi di euro (+3,2%), ma le aziende si dicono preoccupate per il rallentamento della raccolta ordini negli ultimi mesi.

I costruttori di macchinari per la ceramica, come anticipato, chiuderanno il 2023 con un calo dell’1,7% con un fatturato che si attesta a quota 2,31 miliardi. Per il 2024 Acimac si attende una riduzione del giro d’affari.

Complessivamente, i 12 comparti rappresentati da Federmacchine hanno realizzato un fatturato di 56,9 miliardi, con una crescita del 2,8% sul 2022. Le aspettative per il 2024, tuttavia, registrano un calo dell'1,2% a quota 56,2 miliardi.


Le buone notizie: l’export tiene

Nonostante le incertezze legate ai fattori geopolitici e macroeconomici, le esportazioni dei costruttori italiani di macchinari sono andate molto bene nel 2023. E sarà verosimilmente proprio l’export a garantire la tenuta della meccanica strumentale italiana nel 2024.

Prima di addentrarci nell’analisi dei numeri, ricordiamo che l’industria italiana produttrice di beni strumentali contribuisce in maniera significativa, oltre che al PIL, anche ai saldi della bilancia commerciale del Belpaese con un surplus commerciale che nel 2022 è stato pari a 23,7 miliardi di euro.

Nel 2023, i 12 comparti rappresentati da Federmacchine hanno esportato quasi due macchinari prodotti su tre (65,7%). 

Si tratta di un dato che in passato è stato significativamente superiore: basti pensare che dieci anni fa, nel 2013, il rapporto export/fatturato era pari al 73,5%. L’avvento degli incentivi per l’industria 4.0 ha poi avviato una crescita poderosa della domanda interna innescando un processo di graduale riduzione del rapporto export/fatturato non dovuto appunto alla riduzione dell’export (che anzi è cresciuto di 10 miliardi in dieci anni) quanto al boom delle vendite in Italia.



Veniamo ora ai numeri registrati nel 2023 dai quattro comparti che stiamo esaminando.

Nel caso delle macchine per il packaging le esportazioni hanno generato un fatturato di 7,36 miliardi di euro, pari all’81,3% del totale, con una crescita del 12% rispetto al 2022.

Le vendite di macchine utensili all’estero sono cresciute del 10,3%, raggiungendo i 3.825 milioni di euro: un dato che riporta il rapporto tra export e produzione sopra il 50% (precisamente al 50,6%).

Per il comparto della gomma e della plastica l’aumento delle esportazioni è del +5% per un totale di 3,41 miliardi, pari al 70,7% del fatturato.

I costruttori di macchinari per la ceramica rappresentano l’unica eccezione al generale trend positivo dell’export: le vendite all’estero hanno infatti generato 1,62 miliardi di euro, il 4,1% in meno rispetto al 2022. Le vendite internazionali hanno rappresentato quest’anno il 70,1% del volume totale.


Le vendite sul mercato italiano

Meno positivi sono invece i dati relativi alle vendite dei costruttori italiani di macchinari sul mercato domestico. I numeri che vedremo non testimoniano certo un “tracollo” del mercato nazionale, grazie soprattutto agli ordinativi raccolti nel 2022 e consegnati nei primi 9 mesi del 2023. Tuttavia, il calo degli ordini acquisiti nel 2023 è invece oggetto di non poche preoccupazioni. Ma passiamo ai numeri.

I costruttori di macchinari per il confezionamento e l’imballaggio hanno realizzato vendite in Italia per 1,68 miliardi di euro, con un calo del 14% rispetto al precedente anno.

Nel caso delle macchine utensili, le vendite ad aziende italiane hanno generato 3,73 miliardi, con un calo del 2%. Preoccupa l’andamento degli ordini provenienti dalle imprese italiane, che nel terzo trimestre 2023 hanno fatto segnare un arretramento del 45,1%.



Per quanto riguarda i macchinari per plastica e gomma, le vendite in Italia scendono da 1,42 a 1,41 miliardi (-0,7%).

I macchinari per la ceramica fanno eccezione anche in questo caso: il mercato interno ha infatti totalizzato vendite per 687 milioni di euro (+4,6%).

A destare preoccupazione, come anticipavamo, è la raccolta degli ordinativi, che nel periodo gennaio-settembre 2023 si è mantenuta a livelli decisamente inferiori a quelli dello stesso periodo del 2022.


Il ruolo degli incentivi

Come forse qualcuno ricorderà, un’indagine del Centro Studi di Ucimu-Sistemi per Produrre relativo al 2014 segnalava un’età media del parco macchine installato nelle industrie manifatturiere italiane di quasi 13 anni. Fu anche quel dato a spingere la Politica a mettere sul piatto una serie di incentivi - prima con il Superammortamento e poi con il piano Industria 4.0 - volti a ringiovanire e ammodernare la struttura produttiva del Belpaese.

Il boom di vendite di nuovi macchinari registrato nel biennio 2017-2018 e la forte ripresa dopo la pausa pandemica, sia per le vendite dei costruttori di macchinari sul mercato nazionale sia per le importazioni, testimoniano che gli incentivi hanno funzionato bene, stimolando fortemente la domanda nazionale.



Le cose sono cambiate tra fine 2022 e inizio 2023. In vista del dimezzamento dei crediti d’imposta previsti dal piano Transizione 4.0 da gennaio 2023, chi ha potuto farlo ha “anticipato” le decisioni di spesa per godere dell’aliquota al 40% prevista fino al 31/12/2022. Questo ha evidentemente “svuotato” i carnet degli ordini nei primi mesi del 2023.

Al “male” del dimezzamento delle aliquote si è poi aggiunto il “peggio” delle aspettative mal riposte. Già a fine 2022 la Politica ha iniziato a promettere un possibile ripristino delle aliquote 2022, innescando un meccanismo psicologico di attesa di un decreto incentivi nella prima metà del 2023. Incassato il nulla di fatto su quel fronte, causa esaurimento delle risorse del PNRR, si è aperto un nuovo momento di attesa, stavolta rivolto al nuovo piano Transizione 5.0.

Tutta questa aspettativa, unita alle minori aliquote e all’inflazione che ha compresso il potere di acquisto dei consumatori finali, ha generato un vero e proprio blocco degli ordini da parte delle aziende italiane.

Nel mentre, aspettando Godot, le aziende stanno perdendo di vista le opportunità esistenti. Intanto il 20% di credito d’imposta previsto dal Transizione 4.0 che sembra quasi non esista più – e c’è effettivamente chi crede che quell’incentivo sia terminato! E poi le tante altre opportunità previste da strumenti come la Nuova Sabatini, il fondo per la transizione industriale, i contratti di sviluppo, per citare in più noti.

E poi c’è il fattore fiducia. Oggi, dicevamo, le aziende sono in attesa del piano Transizione 5.0, in molti casi percependolo come un nuovo piano Industria 4.0 e una panacea per tutti i mali. Il rischio è che in tanti resteranno delusi: il nuovo Piano ha il compito preciso di premiare quegli investimenti in beni 4.0 suscettibili di generare risparmi sui consumi energetici; è per questa ragione che è finanziato dal piano RePowerEU. Non gli si può chiedere di andare oltre, di soddisfare la generale “fame di incentivi” delle PMI italiane.

L’auspicio dunque è che le aziende tornino a concentrarsi di più sul presente, a valutare le opportunità offerte dagli incentivi esistenti evitando di cadere nella sindrome della lepre che, distraendosi nell’attesa, si fa superare dalla tartaruga. E pensino soprattutto al ruolo strategico che l’innovazione ha per aiuterle a restare competitive in questo momento di grandi transizioni.


Scritto da

Franco Canna

Giornalista professionista, da vent'anni mi occupo di tecnologie con un focus specifico sull'industria manifatturiera. Nel 2016 ho fondato Innovation Post, giornale che si occupa di politiche e tecnologie per l'industria, di cui oggi sono direttore responsabile, con focus sui temi tecnologici e fiscali dell'industria 4.0. Sono membro del consiglio direttivo di ANIPLA, l'Associazione Nazionale Italiana Per l'Automazione.

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