Tre Decreti per risollevare le imprese

27 Aprile 2020

Nelle ultime ore è stata firmata la Legge di conversione del Decreto Cura Italia, il budget del Decreto Aprile è schizzato ad oltre 150-160 miliardi, rendendolo la più grande manovra della storia repubblicana, e l’attuazione del Decreto Liquidità procede a ritmo serrato.

Tre decreti legge hanno suscitato clamore, consensi e dissensi, attese e speranze nelle ultime settimane. Protagonisti immancabili di tutte le fonti informative, sono il Decreto Cura Italia in fase di conversione, il Decreto Liquidità in corso di attuazione ed il Decreto Aprile in prossimità di adozione. Se dell’ultimo ancora non vi è un testo e si avvicendano proposte, per i primi i testi sono molteplici, in virtù del fatto che l’iter di conversione è in corso, recando modifiche e perfezionamenti. I decreti si intrecciano in un turbinio di misure innanzitutto per le imprese, in una girandola di numeri e norme ad intreccio. Ecco gli ultimi aggiornamenti.


Decreto Aprile

Era stato annunciato per l’immediato dopo Pasqua, ma è ancora oggetto di un lavorio brulicante. Il Decreto informalmente denominato «Aprile» rischia, ogni giorno di più, di slittare a maggio. Si tratta della maxi manovra anticrisi che acquisisce giorno dopo giorno portata più ciclopica e che il Governo mira ad approvare entro la fine del mese, una volta giunto il fischio finale della partita con l'Europa per le risorse, approvato il Documento di economia e finanza ed ottenuto il via libera sullo scostamento del deficit.


Il 24 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento di economia e finanza (DEF) 2020, nonché la Relazione al Parlamento redatta per ottenere il benestare sul deficit aggiuntivo indispensabile per finanziare la manovra. Il governo ha cristallizzato nel DEF l’immagine di un deficit che arriva intorno al 10,4% in rapporto al Pil, stimato in caduta a -8%. Il debito, al contrario, si impenna balzando al 155,7% in rapporto al Pil. Il Governo, che ha proposto al Parlamento un gravame sui conti dei prossimi dodici anni per 411,55 miliardi di deficit aggiuntivo da qui al 2031, ha ottenuto l’autorizzazione al ricorso all’indebitamento, che per l’anno 2020 è di 55 miliardi di euro.


L’impianto della manovra è poderoso. Si tratta di un pacchetto le cui cifre si ingigantiscono di ora in ora: da ipotesi iniziali attestatesi attorno ai 50 miliardi di euro, sino a giungere successivamente a 70 miliardi; secondo le ulteriori stime dei giorni scorsi si superano invero i 100 miliardi, sino a oltrepassare addirittura i 161 miliardi in termini di fabbisogno. 160 miliardi di euro di fabbisogno “non conoscono precedenti nella storia italiana, come nessun precedente si incontra per 55 miliardi di deficit attivati in un colpo solo.” (Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2020). Da ultimo, nella tombola dei numeri della “potenza di fuoco” del Decreto Aprile, che potrebbe diventare “Decreto Maggio”, è stata estratta la pedina da 150 miliardi, attestando a questa cifra lo stanziamento su cui poggia la manovra.


Tra i cardini del Decreto Aprile vi sono, innanzitutto, i  30 miliardi per le garanzie avviate dal Decreto Liquidità dello scorso 8 aprile, tra Fondo di garanzia per le PMI e SACE. Vi è, inoltre, lo sblocca-debiti della pubblica amministrazione, che vale 12-15 miliardi secondo le ultime ipotesi.

E’ oggetto dell’architettura governativa anche un pacchetto da 7 miliardi circa, secondo le ipotesi più accreditate, per gli indennizzi alle attività economiche danneggiate dal lockdown. Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) stanno vagliando tutte le possibilità. Il MiSE sostiene l’introduzione di aiuti a fondo perduto erogati in via diretta alle imprese, mentre al MEF studiano indennizzi fiscali proporzionali alla perdita di fatturato, come crediti d’imposta anche da scontare in banca, o la decontribuzione. Più nel dettaglio, nel piano del MiSE vi sono indennizzi diretti ad imprese fino a nove dipendenti e 1 milione di fatturato che hanno dovuto sospendere l’attività o hanno avuto un calo sensibile del giro d’affari. L’importo dell’indennizzo potrebbe variare tra 1.500 e 3.000 euro. Appare residuale l'ipotesi di un’erogazione a pioggia, molto più verosimile e proficuo un sistema parametrato al fatturato. L’obiettivo è quello di agevolare le aziende meno strutturate, soprattutto quelle che non hanno avuto accesso ai vantaggi dalle misure incentivanti già attive o che potrebbero avere difficoltà a conseguire i prestiti bancari garantiti. L’Istat calcola che in Italia ci siano 4,1 milioni di imprese con meno di 10 dipendenti. Con questi indennizzi, l’Italia sta parzialmente mutuando l’esempio della Francia che, lo scorso 14 aprile, ha ottenuto dalla Commissione europea il placet per un Fondo di solidarietà per 4,6 miliardi. I beneficiari francesi sono imprese fino a 10 dipendenti, con un fatturato annuo non superiore a 1 milione, la cui attività è stata chiusa per decisione dello Stato a seguito della pandemia o il cui fatturato mensile di marzo e/o aprile 2020 è diminuito del 50% rispetto allo stesso periodo del 2019. L’Italia intenderebbe, invece, introdurre parametri ulteriori, tra cui ricavi annui, situazione di crisi non antecedente al 31 dicembre 2019, perdita di fatturato, eventualmente reddito imponibile.


Tra le proposte del Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli, rimangono in auge quelle relative al rilancio del Piano Impresa 4.0, in particolare la proroga ed il potenziamento delle agevolazioni fiscali rimodulate dalla Legge di Bilancio 2020. In queste settimane di lockdown si è verificato un blocco di tutti gli investimenti. Le agevolazioni rivisitate dall’ultima manovra finanziaria sono rimaste pressoché solo sulla carta. Peraltro, da una recente indagine effettuata dalla società di ricerche Met su un nutrito campione di imprese (7.800), il 44% delle imprese che aveva programmi di ricerca e sviluppo prima dell’epidemia prevede ora di annullarli. Significativo è che non si tratta solo di microimprese (48%), ma anche delle imprese più strutturate (tra il 24 e il 34%). Una lezione che abbiamo appreso durante questo periodo è l’importanza della digitalizzazione e dell’innovazione. Solo le imprese che hanno potuto e saputo avvalersi della tecnologia, sono riuscite a mantenere e addirittura, in taluni casi, a potenziare la propria produttività. Si tratta di una lezione fondamentale, da serbare per cercare di colmare le inadeguatezze del nostro sistema produttivo. Da qui l’esigenza di un “bazooka dell’innovazione” (Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2020), che suggerisce di pensare a misure coraggiose, in grado di accelerare l’evoluzione 4.0 che può affermare le imprese italiane nel panorama internazionale. La riforma degli incentivi fiscali del Piano Impresa 4.0, pensata per essere di portata almeno triennale, ad oggi ha ancora respiro annuale. La legge di Bilancio 2020, pur indicando una pluriennalità programmatica, ha infatti rivisitato per un solo anno gli incentivi per l’innovazione operativi dal 2015 (super ammortamento e Credito d’imposta R&S), 2017 (iper-ammortamento), 2018 (Credito d’imposta Formazione 4.0), riconducendoli tutti alla forma del credito d’imposta (Credito d’Imposta R&S, Innovazione e Design, Credito d’Imposta per investimenti in beni strumentali, Credito d’Imposta Formazione 4.0). Rendere definitivamente strutturali e stabili le misure è ora un’esigenza impellente, al fine di consentire alle imprese una programmazione degli investimenti ad ampio raggio. L’economia può ripartire solo se riprendono gli investimenti, che necessitano ora di una spinta propulsiva rafforzata.


Tra le ipotesi allo studio, vi è inoltre l’ampliamento della platea di coloro che potranno accedere al credito d’imposta del 60% per l’affitto dei locali dove si svolge l’attività economica. Il bonus è stato introdotto dal Decreto Cura Italia di marzo per botteghe e negozi e tale estensione non è stata inserita nell’ambito della conversione in legge del Decreto Cura Italia. Il credito d’imposta potrebbe essere esteso a tutti gli immobili ad uso non abitativo e, dunque, a tutte le attività produttive colpite dall’emergenza sanitaria e dalle misure di contenimento. Il credito d'imposta dovrebbe essere prorogato anche ai mesi di aprile e maggio. 

Nel Decreto Aprile, si aggiungono poi le risorse destinate agli ammortizzatori sociali e alle misure di sostegno al reddito.

Si affianca, poi, l’intervento in cantiere su Cassa Depositi e Prestiti, con un rafforzamento patrimoniale, in termini di ricapitalizzazione, da 50 miliardi per dare alla Cassa la potenza necessaria per intervenire a salvaguardia delle aziende italiane.


Decreto Liquidità (DL 23/2020)

Contestualmente al varo del Decreto Aprile, muove la fervente attuazione del Decreto Liquidità, con l’articolato sistema di garanzie sui prestiti che poggia sul duplice binario Fondo di Garanzia per le PMI e SACE.

Pubblicato in Gazzetta ufficiale l'8 aprile, il Decreto Liquidità ha ottenuto il 14 aprile il via libera della Commissione europea, nell'ambito del quadro normativo temporaneo sugli aiuti di Stato adottato dalla Commissione il 19 marzo 2020 e modificato il 3 aprile 2020.

Il 20 aprile è stato il primo giorno effettivo della microliquidità «garantita», con la piena operatività del Fondo di Garanzia per le PMI. Il 22 aprile, nel corso del question time alla Camera sul Decreto legge Liquidità, il Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli ha evidenziato che «Le misure del decreto hanno portato a 14.723 operazioni già garantite, per oltre 2 miliardi di euro di erogazioni; di queste 1.055 sono operazioni per la garanzia al 100% sotto i 25mila euro, per un totale di 24 milioni di euro». Il giorno seguente, durante un’audizione presso la commissione d’inchiesta sulle banche Mattarella, l’amministratore delegato di Mediocredito centrale che gestisce il Fondo per le PMI, ha fatto emergere un flusso ancora non sostenuto. Al 24 aprile  le domande pervenute sono 5.200, per un totale di finanziamenti richiesti pari a 115.321.739 euro. Nella sola giornata di venerdì 24 sono pervenute 1.723 domande per 37,4 milioni di euro di finanziamenti (www.fondidigaranzia.it).

Il motore dell’incentivo inizia a rombare a pieni giri, con il numero delle domande dei prestiti che sale progressivamente, in maniera esponenziale. La sete di liquidità è comprensibilmente tanta, ma l’arsura richiede ancora qualche giorno per placarsi.

Mattarella ha annunciato che da lunedì 27 aprile si mette in moto anche la macchina per le garanzie del Fondo per i finanziamenti sopra i 25.000 euro. E cioè i prestiti fino a 800.000 euro per imprese con fatturato fino a 3,2 milioni e fino a 5 milioni per aziende fino a 499 dipendenti.

Con la messa a punto definitiva del manuale operativo, annunciata il 20 aprile sia dal ministro della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, sia dal direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, anche la macchina dei prestiti garantiti da SACE, e controgarantiti dallo Stato, si prepara a partire e poggerà sul portale dedicato “garanzia Italia”, dove gli istituti di credito potranno inserire da subito le richieste dopo essersi accreditati.

Se il meccanismo congeniato per garantire la liquidità alle imprese è ormai in moto, non mancano le proposte di aggiustamenti in corsa nell’iter di conversione e le richieste di aiuti più incisivi. Stanno, infatti, emergendo alcuni limiti del meccanismo, nonostante la magniloquente “potenza di fuoco” proclamata dal governo in sede di introduzione. L’eccessiva burocratizzazione è segnalata sia dalle imprese che dalle banche. La richiesta di alleggerimento degli adempimenti burocratici accomuna ogni cluster, essendo tutte le parti in gioco costrette a destreggiarsi in un’insidiosa sabbia mobile.  L’ulteriore criticità che si sta ponendo per i finanziamenti è di ancor meno facile soluzione, assumendo i tratti di un’aporia. La questione non è solo che le banche devono fare le istruttorie sul merito di credito e questo richiede tempo; il punto è che le banche non possono avere visibilità su quello che accadrà nella Fase 2 e dunque del rischio assunto dal sistema paese. I punti di riferimento per valutare la probabilità che l’impresa ripaghi il suo debito non sono preventivabili, così come non è del tutto predittibile il mondo che ci si ritroverà ad affrontare a lockdown concluso.

Il tessuto imprenditoriale all’unisono domanda supporto economico, gli istituti bancari si dichiarano pronti a concederlo, le istituzioni di vigilanza al contempo sollecitano le banche a non abbassare la guardia, la politica prova a fornire a tutti motivazione ma è frammentata. In questo gioco di ruolo, la vera domanda che tutti si pongono è se il credito sia lo strumento più consono per soddisfare tempestivamente i bisogni delle imprese. Un’amara risposta giunge da Bonomi, neo-presidente di Confindustria, che non ha esitato ad asserire che “La strada di far indebitare le imprese non è quella giusta. L’accesso alla liquidità non è immediato. Occorre riaprire la produzione perché essa solo dà reddito e lavoro, non certo lo Stato come molti vorrebbero, dimenticando che non ha le risorse, e farlo evitando una nuova ondata di contagio che ci porterebbe a nuove misure di chiusura ancora più disastrose”.

In definitiva, è condiviso l’assenso sui provvedimenti che sostengono l’afflusso di liquidità dal sistema bancario, ma occorre introdurre ulteriori misure che consentano alle imprese di recuperare i ricavi persi o almeno di attutire il duro colpo subito.


Decreto Cura Italia (DL 18/2020)

A concludere l’excursus sui tre decreti che segnano la storia degli ultimi mesi, vi è il primo tra tutti: il Decreto Cura Italia. Si tratta dello strumento con cui, il 17 marzo, il governo ha stanziato 25 miliardi per il contrasto al coronavirus. Alcune delle misure, adottate per ovviare alla falla generata dall'emergenza sanitaria, sono state poi riprese nella successiva decretazione d’urgenza.


Nell’iter di conversione in legge, in mancanza di un accordo fra maggioranza e opposizione e per velocizzare i tempi, dopo un lungo lavoro istruttorio partito su 740 proposte di modifica presentate da maggioranza e opposizioni, il governo ha posto la fiducia sul decreto legge all’esame della Camera, come già era avvenuto al Senato. Il Decreto Cura Italia il 23 aprile ha incassato la fiducia al governo e, il giorno dopo, recando con sé solo i ritocchi ed i perfezionamenti previsti dal Senato, è diventato legge con il voto finale positivo della Camera e la firma del Presidente della Repubblica Mattarella. Non manca ora che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per conferire definitiva concretezza ai primi 25 miliardi destinati al potenziamento del Servizio sanitario nazionale e al sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da COVID-19.

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